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I “bravi bambini” a rischio depressione

Garantirsi l’amore genitoriale è un’impresa vitale che mobilita, con un costo molto elevato, le risorse vitali, e diventa un modello fondante della propria autostima e delle future relazioni.

Infatti il bambino dall’atteggiamento costantemente compiacente, disciplinato, orientato a raggiungere risultati ottimali in tutto ciò che fa, iper-sensibile ai bisogni altrui, insomma quel che si direbbe “il bravo bambino”, in realtà spesso cela l’impossibilità di esprimere tutta la gamma delle emozioni, comprese rabbia, invidia, gelosia, paura ecc. pena la perdita dell’amore dei genitori.

Gli adulti tendono a scoraggiare l’espressione dei sentimenti più negativi, quelli che mettono in allarme, che sono difficili da gestire e che risultano poco piacevoli.

Mamme e papà, a loro volta poco compresi nei propri bisogni affettivi durante l’infanzia, insicuri, che necessitano di soddisfare bisogni personali, fanno dipendere dai comportamenti del bambino la loro autostima di genitori adatti e di persone degne di affetto, alimentando inconsapevolmente quei comportamenti desiderati e desiderabili, testimonianza del loro valore, senza che questi siano realmente corrispondenti a ciò che i bambini provano.

La funzione assegnata al bambino diviene così quella di regolare il piano emotivo degli adulti, dando conferme, attraverso l’adattamento ai loro bisogni: il bambino apparirà come ci si aspetta debba essere. Questo determina la creazione di un falso , vuoto e insoddisfacente che genera sentimenti d’insicurezza e dipendenza della propria stima sempre da qualcun altro. Non essendo potuto passare per un’autentica esperienza dei propri sentimenti non sa più chi è e che vuole, andando incontro alla rinuncia della propria vitalità, pur di essere amato.

In realtà, nel corso della propria storia evolutiva, questo atteggiamento di dipendenza da qualcuno/qualcosa, di esterno a sé, ha effettivamente garantito la sopravvivenza fisica e mentale durante i primi mesi di vita, ma protratto durante l’infanzia diviene la base per incarnare, in età adulta, il ruolo dello “schiavo d’amore”: colui che passivamente necessita di essere amato, non importa poi molto da chi. Trovare un appoggio esterno, una vera e propria dipendenza, che spesso si manifesta anche attraverso il coinvolgimento di oggetti/sostanze, caratterizza la sua ricerca continua. L’obiettivo è il raggiungimento di uno “stato di specialità”: si cerca d’essere, con la persona prescelta, una cosa sola, richiedendo un’esclusiva comprensione per i propri sentimenti e curando poco o niente quelli di colui che si trova al proprio fianco. Tutto ciò si realizza in maniera non consapevole e porta, nel tempo, a cambiare spesso partner, proprio perché nessuno risulta “capace” di provvedere alla soddisfazione ritenuta necessaria. L’impossibilità nel raggiungere la condizione ideale, a lungo fantasticata, aumenta la sua bramosia. Questo circolo vizioso è destinato inevitabilmente a generare frustrazione poiché sempre si scontra con dati di realtà, unico piano possibile per vivere, poco incline ad assecondare il desiderio.

Come è possibile interrompere questa dinamica ripetitiva del dover corrispondere ad un’immagine di sé fortemente condizionata e non autentica, spesso trasmessa di generazione in generazione, per mezzo dei figli?

Attraverso la psicoterapia, che trova finalmente modo di dare espressione a tutta la gamma emozionale, accompagnandoci nel prendere contatto con fantasie/timori di rifiuti, abbandoni, punizioni, passando per dati concreti di realtà. Potersi finalmente permettere di fare la propria esperienza, dettata dai propri bisogni, è il cammino che porterà all’acquisizione dell’autonomia.

Dott.ssa Zena Cavallaro
Psicologa e specializzanda in Psicoterapia Psicoanalitica

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