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Ecco come l'ipossia influisce anche sulla vigilanza

Quando si parla di ipossia si parla di un impedimento che non fa arrivare ossigeno al cervello per alcuni secondi o minuti. E’ quel che si tenta di evitare quando si interviene, dopo un trauma, con la rianimazione bocca a bocca e con il massaggio cardiaco. Se il cervello rimane non ossigenato troppo a lungo, le cellule morte non possono più essere sostituite e i danni sono enormi.

L’ipossia dunque è causata da traumi con interruzione della respirazione, ma anche da malattie come asma, tumori, infarti. L’ipossia -in forma molto lieve- riguarda anche chi vive o lavora ad altissime quote, in montagna. Finora si era sempre studiata l’ipossia nelle sue conseguenze sulla memoria e sulla capacità di calcolo ma non ci si era mai spinti oltre, per esempio al problema della vigilanza. Lo ha fatto uno studio italiano condotto a Milano presso l’Università Bicocca e lo Ibfm-Cnr di Segrate. Un campione di volontari è stato sottoposto a due test in cui a tutti e 16 partecipanti veniva chiesto di respirare aria impoverita di ossigeno, eseguendo allo stesso tempo dei compiti man mano che il tempo passava.
Nel frattempo veniva misurata l’attività elettrica del cervello tramite sensori e così si è visto che in ipossia rallentavano di molto le risposte a tutti gli stimoli, tranne a quelli che venivano in qualche modo preannunciati con un avviso. In queste condizioni, insomma, lo stato di vigilanza viene compromesso e le reazioni sono rallentate o assenti. Un allarme per chi lavora in posti delicati come, ad esempio, sugli aerei o in fondo al mare.

admin

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