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L'Alzheimer si cura con il freddo

Come fanno gli animali a non morire quando, in pieno inverno gelido, vanno in letargo? Ci hanno sempre detto che dormire nella neve è pericoloso, ma non per loro. Che cosa hanno più di noi? Una proteina che si chiama RMB3 e che mantiene vive le connessioni neurali anche quando sembra che non ce ne sia bisogno. E’ grazie a queste connessioni neurali che l’animale si può risvegliare, a fine letargo, senza danni ma anzi con la stimolazione di nuove connessioni. E’ quella proteina che li protegge durante il gelo.

Studiando queste capacità, l’università britannica di Leicester ha scoperto come la proteina RMB3 intervenga in situazione da allarme per shock termico, lavorando come protettore delle funzionalità cerebrali. E se questa proteina potesse fare lo stesso anche per l’uomo, per un cervello ormai malato come quello colpito da Alzheimer? Questa -e altre- malattie neurodegenerative portano con sé un funzionamento difettoso delle sinapsi. Nei topi malati di Alzheimer, gli effetti del letargo indotto sono stati diversi rispetto agli stessi effetti sui topi sani. Dopo quasi un’ora in ipotermia, al momento del risveglio, la proteina RMB3 si è attivata solo sui topi sani, non su quelli malati.

Questo perchè la degenerazione veloce della malattia fa diminuire la funzione della proteina. Dunque potrebbe essere la mancanza di questa proteina a determinare l’avanzare dell’Alzheimer e se si riuscisse a riattivarla si potrebbe forse fermare la degenerazione cerebrale. Potrebbe avere dei vantaggi anche in altri settori della medicina, per esempio nella rianimazione, quando il paziente -specialmente il traumatizzato cranico- viene appositamente tenuto in ipotermia per evitare l’espansione degli edemi dentro il cranio o lo stress fisico. Potrebbe intervenire questa proteina del letargo, al risveglio, per evitare danni cerebrali?

admin

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