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Sensori nell'area cerebrale delle "intenzioni", e il braccio si muove da solo

Ridare movimento alle persone amputate o paralizzate è una delle sfide più appassionanti della ricerca, sia medica che tecnologica. Da oltre dieci anni, le protesi ormai hanno cambiato aspetto e si muovono sempre più con l’aiuto dei computer e della robotica, sfruttando direttamente i segnali elettrici che produce il cervello umano, sebbene ancora con alcuni ostacoli da superare.

Per evitare anche questi ultimi, oggi si sta cambiando ulteriormente metodo e si va oltre l’impianto degli elettrodi nell’area del movimento, piuttosto si cerca sempre più di coinvolgere quella parte di cervello che guida le intenzioni e il comando. Infatti, quando un soggetto muove un braccio o una gamba non pensa a quanto deve tendere il muscolo o a quanto lo deve contrarre. Pensa a dove deve arrivare. Ecco perchè secondo i ricercatori del California Institute of Technology, Caltech e Rancho Los Amigos National Rehabilitation Center (Stati Uniti), gli elettrodi devono decisamente spostarsi. La prima prova è stata fatta su un uomo rimasto paralizzato vent’anni fa dopo una sparatoria.

E così il signor Erik Soto, dopo anni di immobilità, è stato sottoposto a un intervento tutto sommato semplice che ha visto i medici impiantargli due minuscoli sondini contenenti 96 microelettrodi ciascuno nella corteccia parietale posteriore. I dispositivi erano collegati al computer che comanda un braccio robot applicato al suo braccio vero, ma paralizzato. I risultati sono stati più rapidi e validi rispetto a quando i sensori erano applicati all’area cerebrale del movimento e di fatto Erik ha potuto comandare al proprio braccio tramite la forza del pensiero che ha mosso la protesi robot in pochissimi secondi. La nuova strada verso una vita migliore per chi ha perduto un arto è soltanto agli inizi. Le sorprese saranno ancora tante.

admin

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