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Mente e corpo: la "psicologia" del tatuaggio

Che i tatuaggi possono far male, lo abbiamo già detto. Possono avere conseguenze immediate, come le infezioni, se il tatuatore non usa le giuste norme di igiene, ma possono rivelarsi pericolosi nel lungo termine perché le sostanze di cui è composto l’inchiostro entrano in circolo e spesso attaccano il fegato. Un tatuaggio, piccolo, non fa mai male a nessuno. Ma quelli estesi, di gran moda oggi, invece sì.

Esiste inoltre una “psicologia del tatuaggio”, che medici e psicologi hanno già individuato da tempo, ma che anche gli artisti tatuatori conoscono, e se sono onesti la seguono. Chi si fa tatuare, lo fa per due ragioni: per distinguersi ed essere originale, oppure per “fare come tutti”, e omologarsi. I minorenni sono più inclini a seguire la seconda ragione, ma sul loro corpo certi tatuaggi sono pericolosi. Un bravo tatuatore onesto, dovrebbe sempre dissuadere un sedicenne dal farsi incidere enormi draghi sulla schiena, o sul collo o su altre parti visibili. Non solo per il pericolo del disegno, ma anche perché a quell’età si è molto volubili. E se un domani si cambia idea? La rimozione di un tatuaggio gigante lascia segni per sempre.

Di solito la persona che vuole distinguersi non si fa un milione di tatuaggi… piuttosto ne fa uno, piccolo, che attira l’occhio di chi guarda. Chi si copre il corpo di disegni forse attira l’attenzione la prima volta, ma dopo mai più. Il tatuaggio, che da noi è una moda, nacque in Polinesia come segno guerriero, che distingueva i veri coraggiosi. Parliamo di isole dove per incidere un segno sulla pelle si usavano chiodi di bambù, dolorosi colori naturali e nessuna anestesia né cremina emolliente post intervento. Quelli sì erano veri uomini che si distinguevano dalla massa!

admin

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