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Terapie Intensive italiane: vietato l'accesso ai parenti

Se entrate nella sala d’attesa della Terapia Intensiva dell’ospedale “Garibaldi Nesima”, a Catania, trovate una bacheca straripante di biglietti scritti, pieni di messaggi per le persone ricoverate che lottano per la vita in ogni istante. Una cosa normale, sicuramente, che sarà presente in ogni ospedale d’Italia. Perchè in Italia, familiari e amici dei ricoverati in Terapia Intensiva possono comunicare solo così coi propri cari.

Una situazione assurda, denunciata da molti medici. Se si pensa che all’estero, per esempio in Svezia, accede alla Terapia Intensiva il 70% dei parenti, negli Stati Uniti il 23%, in Inghilterra il 14%… da noi la situazione è tristissima, con appena il 2% di persone ammesse al capezzale del figlio, genitore, amico malato. Inoltre, in Italia il tempo della visita varia da 10 minuti a due ore, mentre altrove nel mondo copre interamente le 24 ore. La motivazione di questa restrizione sono le infezioni, che devono essere evitate a chi lotta per la vita.

Ma è vero che ormai, con i mezzi moderni e con le moderne misure di copertura, nemmeno un batterio può entrare nelle Terapie Intensive. E chi lavora lì dentro, medici e infermieri, pur attenendosi alla legge sa che queste limitazioni non fanno bene. I ricoverati in quel reparto di solito combattono con patologie e traumi molto gravi e lo fanno col solo aiuto dei farmaci. Invece, per guarire, un malato ha bisogno anche della parte affettiva, dell’energia che da la vicinanza dei parenti e degli amici. Il tocco dei familiari, è dimostrato, riduce lo stress e quindi il rischio di infarti e ictus anche in chi è in stato di incoscienza. Davvero una perdita, quindi, non poter dare quella carica ai propri cari e dover affidare tutto solo a una bacheca e a un pennarello!

admin

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