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Ospedali italiani: nell'insieme, promossi!

La buona notizia è che gli ospedali italiani non stanno così male e che nell’insieme, nel quadro generale, sono tutti promossi a pieni voti. Ma se guardiamo nel dettaglio ci sono ancora tante cose che non vanno e che devono essere migliorate, non solo per raggiungere la massima efficienza ma per avere uno standard qualitativo alto pure in Europa. I nostri ospedali funzionano bene, ma soffrono per gravi disparità territoriali.

Al Nord la sanità continua a funzionare meglio che al Sud, e le eccezioni (ISMETT di Palermo, Casa Sollievo di S.Giovanni Rotondo) sono ancora troppo marcate in mezzo a tante altre strutture che non funzionano bene. Lo rivelano i dati della Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AgeNaS) presentati di recente al Ministero della Salute. Gli ospedali italiani funzionano bene per le esigenze nazionali ma stentano ad adeguarsi alle richieste estere -come quelle della OMS o dell’Europa- restando così indietro di fronte al mondo. E dunque se miglioriamo di moltissimo nella cura per il tumore, nel settore ortopedico e in quello chirurgico, siamo indietro per le cure ospedaliere di malattie come la broncopneumopatia cronica, le complicanze del diabete negli adulti, l’asma e la gastroenterite nei bambini ma anche negli interventi di tonsillectomia.

Siamo l’eccellenza nella cura delle fratture, soprattutto tra gli anziani, siamo bravi a trattare infarti e ictus, ma ancora troppo indietro nella gestione delle nascite, con cesarei inutili eseguiti un po’ ovunque. Però sono diminuiti di molto i ricoveri, e non per mancanza di posti letto ma per una migliore gestione delle situazioni ospedaliere. Meno anestesie generali significa meno disturbi, degenze più brevi significa meno possibilità di contrarre infezioni interne e soprattutto una buona efficacia delle cure anche a casa. Un importante risparmio di denaro e di tempi medici. Si eseguono più interventi in laparoscopia, usando sempre meno la chirurgia invasiva col risultato che la degenza post-operatoria inferiore ai tre giorni è salita dal 58,8% del 2010 al 66,5% del 2014. Dobbiamo ora imparare a evitare i parti cesarei e le gravidanze a rischio, che a rischio non sono. Tornare al parto naturale, o al parto con epidurale, limitando gli interventi chirurgici solo ai casi di vera necessità, che sono certamente molti meno di quelli attuali.

admin

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