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Alzheimer, conoscere un oggetto aiuta a ricordarlo

In malattie come la schizofrenia e il morbo di Alzheimer, le esperienze passate hanno un ruolo particolare nell’alterare i ricordi. Una nuova ricerca dell’Università di Guelph sul cervello e sulla memoria potrebbe dare una mano allo sviluppo di terapie. Il gruppo di ricerca guidato da Boyer Winters, professore di psicologia, è stato pubblicato di recente sul “Journal of Neuroscience”: lo studio getta nuova luce sui meccanismi interni del cervello, in particolare sulle regioni coinvolte nel riconoscere e ricordare gli oggetti. “Il nostro studio suggerisce che l’esperienza passata con un oggetto altera il circuito cerebrale responsabile del suo riconoscimento –  ha detto Winters -. E ha implicazioni significative per la nostra comprensione dell’elaborazione di informazioni multisensoriali”. La ricerca può infatti contribuire allo sviluppo di terapie per le persone con demenza e altri disturbi cerebrali. Più si è “esposti” a un oggetto, più informazioni vengono conservate nella parte dedicata del cervello, portando a risposte comportamentali più efficienti, spiega l’autore dello studio.

L’integrazione multisensoriale è una parte importante della memoria: per esempio, se si tiene qualcosa mentre si hanno gli occhi bendati, è probabile che l’oggetto possa essere riconosciuto grazie al tatto, se prima di quel momento era stato visto almeno una volta. Ma come? “Le aree specializzate del cervello mediano informazioni per la vista e il tatto”, spiega Winters. Alcuni ricercatori dicono che quelle regioni “parlano” tra loro, consentendo un migliore riconoscimento di un oggetto. Altri credono che il cervello integri le informazioni dai sensi e le memorizzi in un luogo separato. Winters e il suo team hanno lasciato alcuni tipi mentre esploravano brevemente le caratteristiche tattili e visive di un oggetto. Il giorno dopo, i ricercatori lo hanno mostrato agli stessi animali, e hanno confrontato le loro reazioni con quelle dei ratti che avevano visto l’oggetto per la prima volta. Questi ultimi sembrano utilizzare più regioni del cervello specializzate per riconoscere l’oggetto, mentre i ratti che lo avevano già visto sfruttano una parte separata del loro cervello per svolgere lo stesso compito. “Sapere come un oggetto appare permette loro di assimilare le informazioni in un modo differente da quando non c’è pre-esposizione”, ha detto Winters.

 

admin

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