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Trapianti: a volte riescono, se avete il DNA giusto

Il trapianto è già un’operazione rischiosa di suo, ma si può aggravare se sopraggiunge una infezione o un rigetto, o entrambe le cose dato che sono collegate. Sono tanti i metodi per evitarlo, dal bombardamento di farmaci al trapianto da cellule di familiari o del paziente stesso, eccetera. Oggi uno studio italiano apre un’altra prospettiva.

Dall’ospedale “Le Molinette” di Torino il professor Salizzoni, direttore del Centro Trapianti, avanza l’ipotesi -con tanto di corredo di ricerche- che la risposta del buono o cattivo esito della operazione risieda nel DNA del singolo individuo. Alcuni pazienti predisposti a determinate malattie (epatiti, fegato grasso…) vedono più spesso il fallimento del trapianto rispetto a chi non porta in sé i geni di queste malattie. Lo studio che prova questo, firmato dai dottori Antonio Amoroso e Renato Romagnoli, è stato appena pubblicato sulla rivista internazionale «Transplant International»e si basa su una osservazione di 10 anni su migliaia di trapiantati.

La riuscita o meno di un trapianto, per quanto riguarda il fegato soprattutto, dipende dalla combinazione di due varianti genetiche che facilita la reinfezione dell’organo impiantato. Questa predisposizione si può intuire grazie a esami preventivi e dunque, nel caso di soggetti con DNA predisposto si potrà intervenire con terapie di preparazione e con assistenza specifica nei giorni prima e dopo l’operazione. Sapendo subito quali sono i rischi su quel soggetto in particolare, si potrà attivare da subito il trattamento con i nuovi farmaci anti-Hcv ad azione diretta e proseguire comunque con l’impianto del nuovo organo garantendo così la sopravvivenza del paziente.

admin

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