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Psicologia: troppi rituali, sintomo di malattia mentale

La ritualità è un passaggio naturale, nella vita di ogni bambino. Il ripetere gesti, giochi, atteggiamenti, il legarsi ad un particolare personaggio delle fiabe e interpretarlo ogni volta secondo lo stesso schema preciso … come una cerimonia religiosa … è un classico e non è mai segno di vero pericolo. Lo diventa nel momento in cui tale fase si prolunga in eccesso, o nel momento in cui si trascina fino all’adolescenza.

Il legarsi a un “rito” è segnale di iper-sensibilità, di ansia nei confronti della vita, di insicurezza di base. Ripetere gesti ed eventi dà al soggetto la certezza di un piccolo mondo privato, sicuro, inattaccabile dove nulla di male può succedere. Nel bambino, questa fase passa nel momento in cui egli impara a gestire le difficoltà e i pericoli con la logica. Se questo non succede c’è il rischio di un disturbo mentale latente. Un disturbo, per essere chiari, che da adulto può sfociare in comportamenti ossessivi compulsivi e in atteggiamenti maniacali anche pericolosi.

Chiudere dieci volte il gas, controllate venti volte l’antifurto dell’auto, lavarsi continuamente le mani, aprire e chiudere sempre la stessa finestra … sono tutti comportamenti anomali, in una persona adulta, che indicano un disagio profondo, basato sulla quasi totale mancanza di sicurezza in se stessi. Nei casi più gravi si arriva a gesti “rituali” come il fondamentalismo religioso o politico e l’ossessione maniacale sessuale. Riconoscere queste patologie in tempo (fin dalla prima infanzia, cioè), osservando la durata e le modalità della ritualità dei piccoli può prevenire problemi più gravi e esistenze più infelici, un domani, di adulti fragili e potenzialmente pericolosi.

admin

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