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Cellule mesenchimali per curare il Parkinson: non ci sono garanzie

In preparazione alla Giornata del Parkinson che si celebrerà il prossimo 30 novembre, si torna a parlare delle terapie più efficaci per prevenire o per rallentare i sintomi della malattia degenerativa, come ad esempio la terapia farmacologica dopaminergica, quella chirurgica e le nuove frontiere delle cellule staminali applicate alla neurologia. Bisogna però ricordare che al momento non esiste una cura in grado di bloccare il processo neurodegenerativo.

Tra le nuove terapie anche quella delle cellule staminali mesenchimali, estratte dal midollo, e che tanto fa discutere essendo la base della terapia di Stamina, ideata da Davide Vannoni. Le cellule staminali mesenchimali infatti presentano anchela caratteristica di rispondere a segnali inviati da zone malate o lesionate e di correre a individuarle per ripararle. Al momento però i risultati ottenuti non hanno avuto l’esito previsto e dunque sono ancora in dubbio per l’utilizzo corretto.

Per quanto riguarda il Parkinson, per essere ammessa come cura, la terapia con le cellule mesenchimali deve dimostrare di sopravvivere ai processi biologici della malattia, mostrare azione riparatrice indiretta e una altrettanto valida diretta, soprattutto sui centri motori. Al di là delle polemiche su Stamina, nelle quali qui non si entra nel merito, il problema del Parkinson è molto più complesso e perciò al momento non ci si sente di consigliare un trattamento con cellule staminali. In termini di Sanità Pubblica attualmente non vi sono prove sufficienti per accettare questo tipo di terapia su questi pazienti e non lo saranno finché non verranno esposti dati scientifici convincenti e condivisi col resto del mondo scientifico.

admin

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