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Tumore alla prostata: si può sorvegliare a lungo prima di intervenire

Il tumore alla prostata fa parte di quel tipo di tumori cosiddetti “di rischio basso”. Non significa che bisogna prenderli alla leggera, ma che possono essere trattati più che rimossi. In fondo, data la delicatezza della zona, certi interventi possono essere molto traumatici e dunque se si può è meglio rimandarli. Se n’è discusso a Milano, dove il professor Valdagni, direttore della radioterapia dell’IT ha illustrato i motivi.

“L’atteggiamento osservazionale della sorveglianza attiva indica come diagnosi precoce il fatto di vedere un tumore piccolo e trattarlo subito per guarire”. Ma molto spesso questo tipo di tumore non ha sintomi, non provoca dolori solo problemi a urinare o nella vita sessuale. Un trattamento intensivo potrebbe dare più fastidi del tumore stesso, per questo è bene accertarsi prima della gravità del fatto e della necessità di agire in un certo modo. E’ vero che il cancro alla prostata è mortale (ogni anno su 328.000 malati italiani ne muoiono 7.000) ma la mortalità spesso è data da un ritardo della diagnosi. Se individuato per tempo, infatti, questo tumore si può “gestire”.

Grazie a un esame del sangue che rileva la presenza di una proteina secreta dalla prostata, si può controllare il processo di avanzamento della malattia: nel momento in cui il cui livello di questa proteina aumenta si può parlare di infiammazione o di tumore. Seguendo le alterazioni del funzionamento della prostata si potrà così intervenire drasticamente solo se necessario. Tenere sotto controllo senza agire permette comunque di seguire bene la malattia e di essere pronti a tutto, ma evita almeno effetti collaterali pesanti dei trattamenti chimici eccessivi, soprattutto se il tumore è agli inizi o se è benigno. In fondo, se un 60% di tumori alla prostata richiede interventi massicci, un buon 40% richiede solo attenta sorveglianza e nulla più.

admin

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