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Oggi è il trentaquattresimo anniversario della strage alla stazione di Bologna

2 agosto 1980: una data che resterà sempre impressa nella storia d’Italia.

Quel giorno, la stazione di Bologna Centrale era piena di gente, soprattutto turisti che si stavano recando in vacanza. Tutti sanno che il capoluogo emiliano è il primo nodo ferroviario d’Italia. Alle 10.25, una bomba di ventitré chili di esplosivo, situata in una valigetta nella sala d’aspetto di seconda classe, deflagrò, facendo crollare l’intera ala ovest della stazione: morirono ottantacinque persone e duecento ne rimasero ferite.

Subito iniziarono le indagini sui responsabili: in quegli anni, spesso si additava subito il mostro contro gruppi di sinistra (Bologna era una città “rossa” e la memoria andava ai fatti drammatici di tre anni prima, con l’uccisione, da parte dei Carabinieri, dello studente universitario Francesco Lorusso, durante scontri di piazza), ma, pian piano, venne a galla, dopo depistaggi dello Stato e delle forze di Polizia e dell’Esercito, una matrice di estrema destra da collocarsi probabilmente nell’ambito della strategia della tensione, mirante a sovvertire l’ordine democratico del Paese, sostituendolo con una giunta militare e un governo di chiara ispirazione fascista. Subito si parlò di una caldaia esplosa, ma, poi, questi depistaggi, fatti anche di finte rivendicazioni, prima dei neofascisti dei NAR e dopo delle Brigate Rosse, furono spazzati via dalle indagini sul terrorismo nero. Gli esecutori materiali non sono ancora stati trovati, anche perché, con la complicità dei settori deviati dello Stato, riuscirono a dileguarsi con facilità. Sono stati incriminati Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, considerati esecutori materiali, e condannati all’ergastolo nel 1995. Vennero condannati a pene detentive anche alcuni estremisti di destra, tra cui Luigi Ciavardini, ed esponenti dei servizi segreti deviati. Alcuni di loro furono assolti.

La storia dell’attentato di Bologna, con i suoi misteriosi mandanti e i suoi altrettanto misteriosi esecutori, coinvolgeva anche delinquenti comuni, tra cui esponenti della banda della Magliana, legati all’estrema destra e al terrorismo nero, oltre alla loggia massonica P2, guidata da Licio Gelli, che sosteneva un governo autoritario per il Paese. Il presidente del Consiglio di allora, il democristiano Francesco Cossiga, non parlò mai di strage fascista, ma si limitò sempre a minimizzzare sull’argomento. Successivamente, le ipotesi sui moventi divennero le più disparate, coinvolgendo anche piste palestinesi e libiche, oltre a quella di un “diversivo” per la strage di Ustica.

I parenti aspettano ancora oggi la verità.

Stefano Malvicini

Foto: Marco Lamberto via Flickr

admin

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