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Web Tax, la confusione regna sovrana

Provate a digitare Web Tax su Google e vi troverete davanti ad una delle più grandi confusioni che la storia del Web ricordi. Metà dei risultati parlano di legge fatta, l’altra metà lo nega e qualche sparuto outsider afferma semplicemente che sia vicina, ma ancora da votare. Del resto la Web Tax è una delle questioni più controverse della recente storia del nostro Internet. Al momento il dato di fatto è che questa tassa potrebbe rientrare nella prossima legge di Stabilità, quindi finché questa non sarà sistemata e applicata, qualsiasi altra parola avrà il valore di chiacchiera.

Proviamo a farla molto semplice. Diversi colossi del Web odierno, approfittando del fatto che la loro natura di aziende di Internet consente di posizionare la propria sede più o meno ovunque nel mondo, hanno preso l’abitudine a fatturare le varie operazioni commerciali in paesi che potessero garantire agevolazioni di tipo fiscale. Ecco allora che il Governo ha deciso che così non si poteva più andare avanti: se la Web Tax dovesse essere approvata, aziende come Google Apple e Amazon (solo per citare le più importanti in assoluto) sarebbero obbligate a pagare delle tasse extra all’Erario italiano. Questo poiché sarebbe stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che si tratta di aziende operanti in Italia e come tali sotto l’influenza del fisco del Paese.

La Web Tax potrebbe essere un provvedimento di portata storica. Saremmo infatti il primo paese d’Europa ad adottare una simile misura. Non mancano, però, le critiche a questo provvedimento. Critiche assolutamente da non ignorare, purtroppo. Innanzitutto la Camera di Commercio americana ha sottolineato come sia assolutamente contraddittorio chiedere alle aziende estere di investire in Italia se poi si applicano simili tassazioni (per quanto ci sarebbe da discutere su questo punto). L’Unione Europea, inoltre, potrebbe anche multare l’Italia per la Web Tax, in quanto violerebbe le norme dell’UE sul mercato unico e sulla libera circolazione dei servizi.

admin

0 Commenti

  1. Un mio conoscente vende bottiglie di vino in tutto il mondo: dopo questa legge e le relative conseguenze dovrà aprire partita iva in ogni paese del mondo? Dovrà avere un commercialista in ogni paese del mondo? Dovrà conoscere a menadito le leggi fiscali in ogni paese del mondo?

    Ma siamo pazzi?

    Se non è chiaro il mio discordo preciso che google per vendere in Italia ha bisogno della partita IVA italiana e quindi un italiano per vendere nel paese di Google ha bisogno della partita IVA del paese di Google. Si chiama protezionismo ovvero dazi doganali e un paese che applica dazi sulla merce del paese X si deve aspettare che il paese X applichi dazi alle sue merci. In altre parole questo comportamento si chiama guerra commerciale. Tu metti i dazi sulle mie banane e io metto i dazi sulle tue auto.

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